Sposto mobili, ritrovo i miei vecchi cd, un poster, un paio di foto finite in mezzo a libri ormai dimenticati. Ascolto la musica che mi ha accompagnato durante unastrana adolescenza, a tratti felice, a tratti terribile. Max Gazzè, e l’album dove c’è "il timido ubriaco", la colonna sonora dello spettacolo più bello, l’ultimo forse, che abbiamo fatto tutti insieme. Ero felice, innamorata, ero la protagonista di una commedia sciocca ma piena di tutte le nostre speranze. Vorrei essere di nuovo su quel palco, in mezzo ad amici ormai sparsi in mezza Italia. Vorrei rivivere anche per una sola volta ancora quella sensazione, quel brivido, quella fitta al cuore dei pochi secondi prima di andare in scena. Senza copione, senza paura, mille dubbi, mille speranze. Poi si accendevano le luci. Un mondo fittizio, ma poi neppure tanto, si spalancava agli occhi curiosi del pubblico, e si spalancava a noi.
Sensazioni forti attaccate alla pelle, il profumo delle candele, la brezza estiva sui palchi all’aperto. E di nuovo la musica, e di nuovo noi. Noi che tornavamo dietro le quinte, ansiosi di ricevere gli sguardi di approvazione degli altri, ansiosi di essere abbracciati, stanchi, ma felici. L’adrenalina, il sangue caldo che senti scorrere nelle vene, la paura di sbagliare, e di mandare a monte il lavoro di tutti. Le lunghe cene, il vino, le risate dopo lo spettacolo. La gente, i colori, sentirsi protagonista e parte fondamentale di qualcosa che è stato creato insieme. Avere la consapevolezza di essere un mattoncino che seppur piccolo tiene in piedi tutta la struttura. Struttura che è cresciuta sotto i nostri occhi. Traballante, talvolta troppo debole, talvolta troppo forte. I litigi, i ritardi, gli esercizi, le lunghe serate estive a tentare di stare immobili nel silenzio dei nostri pensieri. Non un sospiro, non una distrazione, non un fremito doveva uscire dai nostri corpi fissi nella posa plastica stabilita. Intensi pomeriggi passati a capire noi stessi, a controllare i movimenti, a far entrare un rumore dentro di noi, elaborarlo, ucciderlo, rianimarlo, e farlo uscire di nuovo, ma più vitale che mai. Sdraiati a terra, occhi chiusi, rilassati, seguire una voce che ci guidava verso luoghi sconosciuti, che nascevano dalle parole mischiate alla fantasia di noi che di fantasia ne avevamo da vendere. E poi di nuovo le risate, scrosci sonori che turbavano la quiete degli esercizi, ma che svegliavano gli animi dalla pigrizia dell’afa estiva, o del freddo invernale.
Sul mio viso è rimasto impresso lo sguardo che avevo in quei giorni. È così che ho imparato ad amare il mondo, a sentirlo con ogni fibra del mio corpo.






